I Lynyrd Skynyrd sparati al volume degli Strokes.
È di Rolling Stone il miglior biglietto da visita per
il suono dei fratelli Nathan (batteria, classe 1978),
Caleb (voce, classe 1983) e Jared Followill
(basso, classe 1981), che assieme al cugino Matthew
(chitarra, classe 1985) vengono segnalati dalla bibbia
californiana come il gruppo numero 3 da non perdere nell'annata
2003.
Il quartetto in questione si chiama Kings Of Leon e
spunta fuori tre anni prima dal profondo Sud dell'America del
Nord: Nashville, Tennessee, patria di whisky, band zingare e
predicatori. Guarda caso, il poker prende battesimo proprio da
un pastore protestante: Leon è infatti il nome di
papà Followill, ministro evangelico abituato a portarsi
i figlioletti in lunghe peregrinazioni sparse per l'America.
Risultato: per tutti gli anni '80 e '90 i fratelli Followill
vagano fra Oklahoma, Memphis e Tennessee, cantano nei cori
delle chiese ("Certe jam da 15 minuti con tutta la gente
scatenata: uno sballo", ricorda Nathan), non hanno amicizie
fisse e neanche troppo metaforicamente mangiano pane e Bibbia
prima di sbarcare a Nashville per seguire la vera vocazione
della loro vita: il Rock.
Potrebbe sembrare strano, ma secondo Caleb è una scelta
logica: "Facciamo una specie di gospel, ma suonato alla Rolling
Stones [...] Siamo cresciuti con niente. Eravamo poverissimi. E
poi siamo gente molto terra-terra". Quest'attitudine sbarbata e
"retrò ma non cool" (come la definirà Glide
Magazine) intriga il management degli Strokes che li
mette sotto contratto asfaltando il sentiero verso il debutto
in formato ridotto: i Kings Of Leon nascono discograficamente
nel 2001 con l'EP "Holy Roller Novocaine", pubblicato
dalla RCA e prodotto dal pigmalione di Ryan Adams e
Counting Crows, quell'Ethan Johns figlio d'arte
del leggendario Glyn (le sante mani che forgiarono i
capolavori di Rolling Stones, Eagles e Led
Zeppelin). L'extended play strappa 4 stelle su 5 a Rolling
Stone ("5 brani senza mai un momento morto") e fotografa una
band incurante di ogni diavoleria elettronica: "Sono merda. A
noi non piacciono per niente. Meglio suonare semplicemente,
mettere un paio di microfoni e poi registrare. Se per fare
musica hai bisogno di 40 microfoni e ProTools, allora lascia
perdere". E quando parlano di musica, i nostri intendono mostri
sacri come Neil Young, ma anche "roba nuova tipo Cat
Power, i Kills o il catalogo storico dei Cure
e dei Pixies". Tutti influssi che la stampa rintraccia
nelle tracce d'esordio: su "Molly's Chambers" sembra di
sentire la voce di Duane Allman, mentre "California
Waiting" ha il sapore dei primi R.E.M.
Con il corpo nel presente e l'anima nel passato, i Kings Of
Leon si preparano al primo LP intrigantemente sospeso fra il
consueto bagaglio vintage ("sentivamo parecchio i Velvet
Underground e la Band") e la Bibbia di papà Leon:
"Un giorno - racconta Jared - sfogliando l'indice incontriamo
questo schema illustrativo della vita di Mosè e il primo
ramo si intitola 'Youth and Young Manhood' ['Giovinezza e Prima
Maturità', ndt]. Eccolo il titolo dell'album: non poteva
essere un altro". "Youth and Young Manhood" è
miracolosamente in equilibrio fra sacro e profano: tra gli
eccessi riferiti nella title-track e la malinconia di "Wicker
Chair" e la ribellione di "Wasted Time". I magazine britannici
sono stregati: il rock dei Kings Of Leon è "sporco,
torbido, pregiato, vivo e vegeto" (Time Out), un debutto "alla
maniera di Kerouac, un viaggio all'alba dell'età adulta
col serbatoio pieno di lussuria" (The Guardian) che apre le
porte a una memorabile tournée inglese con droghe e
birra ovunque. Così almeno confessa Jared, affrettandosi
però a dichiarare la distanza dei Re dagli stupefacenti
mentre il New Musical Express si scomoda per paragonare il
quartetto a "ciò che gli Oasis erano nel 1994 e
gli Strokes nel 2001: la più eccitante, nuova
rockband dell'anno" e Noel Gallagher gli fa eco svelando
candidamente che i Kings Of Leon sono la sua "nuova fottuta
band preferita".
E i concerti?
Tanti e roventi. Dopo l'invasione britannica, il poker yankee
vive un 2003 di live importanti, cominciando dal tour americano
in coabitazione coi Coral e proseguendo nelle
prestigiose puntate fra Glastonbury e Lollapalooza che
però non fanno perdere l'umiltà al gruppo:
"È l'amore che ci fa crescere. Mica siamo grandi
musicisti come i Led Zeppelin, per noi è qualcos'altro
che funziona: è un'alchimia familiare, e si ripete ogni
volta che ci ritroviamo".
Nel 2004, la band lavora al secondo album, "Aha Shake
Heartbreak", che esce a ottobre, un mix di garage rock e
suoni del Sud che ancora una volta fanno breccia nel cuore del
pubblico, soprattutto di quello europeo.
I mesi successivi sono densi di collaborazioni live
importantissime: vengono infatti invitati ad aprire i concerti
di mostri sacri come U2, Pearl Jam e Bob
Dylan, mentre, nel marzo 2006, iniziano a buttare
giù le idee per il nuovo disco, il terzo della loro
carriera.
"Because Of The Times" arriva nell'aprile 2007, e
debutta al primo posto nella chart inglese e al 25esimo in
quella americana. Nel frattempo i quattro sono impegnati in un
tour britannico che si conclude nella primavera, subito seguito
da una serie di date nelle principali città degli
States.
Neanche il tempo di godersi il successo e la band inizia a
scrivere i pezzi per il disco successivo che viene registrato
presso i Blackbird Studios di Nashville con la collaborazione
dei produttori Angelo Petraglia e Jacquire King.
Dopo aver ricevuto riconoscimenti e nomination a importanti
premi (uno su tutti i Grammy), la band a settembre 2008 mette a
disposizione sul suo sito il singolo "Sex On Fire" che
esce poco dopo anche fisicamente e che scala in tempo record le
classifiche. Poco dopo arriva sugli scaffali dei negozi il
disco forse meglio riuscito della carriera del gruppo: "Only
By The Night" presenta un sound maturo e meditato,
più studiato dei precedenti (ottimi) album. Così
la pensano anche la critica e la giuria dei Grammy dato che lo
nomina come possibile candidato per il titolo di Best Rock
Album e che alla canzone "Sex On Fire" regala altre due
nomination.